domenica 15 luglio 2018

L'illegalità prima o poi finirà



«Non ho paura delle parole dei violenti, ma del silenzio degli onesti»

Questa è solo una delle tantissime frasi pronunciate da un uomo, un prete davvero coraggioso che ha lottato contro la criminalità, soprattutto nel mondo in cui era possibile: quello dei bambini, ancora liberi dal pensiero mafioso e dalle influenze degli adulti, ormai incorreggibili. Egli era convinto che migliorando la situazione dei più piccoli, questi avrebbero potuto vivere come adulti maturi e consapevoli di quanto male possa esistere nel cuore delle persone, in modo da evitarlo e di comportarsi sempre nel migliore dei modi. Stiamo parlando di Don Giuseppe Puglisi, parroco di Brancaccio, un quartiere ad alta densità criminale di Palermo, che ha ottenuto la beatificazione nel 2013, trattandosi del primo martire del mondo ecclesiastico, poiché ha perso la vita proprio a causa delle mafie. Proprio nel film a lui dedicato, realizzato da Roberto Faenza nel 2004, ha luogo una conversazione capace di riassumere tutta l’importanza che Don Giuseppe Puglisi dà al mondo dei più piccoli ed alla loro educazione alla giustizia: 

«Don Puglisi: Eminenza, siamo sinceri… I grandi, la speranza di cambiarli, è pura illusione, ma i piccoli… Lei dovrebbe vedere i loro occhi, sono lì che non aspettano altro che giocare....e invece all’età di andare a scuola già fanno da corrieri alla mafia. E poi sembrerebbe una bestemmia, ma per molti la strada è mille volte meglio della casa. Ecco… Sottrarli alla violenza, dargli l’opportunità di studiare, di imparare l’italiano, di crescere liberi, questo è il progetto.
Cardinale: Allora di un sogno sei venuto a parlarmi.
Don Puglisi: No… No, eminenza, anche se i sogni colorano il mondo… No, io sono venuto a chiedere rinforzi. Perché da solo non ce la posso fare».

La sua vita termina proprio perché, allontanando i bambini dalla strada, li sottraeva al reclutamento da parte della criminalità organizzata, che nel rione di Brancaccio, aveva già creato un vivaio di manovalanza criminale. Così, il 15 settembre del 1993, il giorno del suo 56° compleanno, venne assassinato poco distante dalla propria casa. Purtroppo, egli non è né la prima, né sarà l’ultima vittima causata da mani criminali. Appena un anno dopo, è un altro parroco a dover dire addio alla vita, un parroco di Casal di Principe, Don Giuseppe Diana, morto proprio a causa del fatto che egli coordinava il proprio impegno religioso con un impegno molto più complesso: quello civile. La delinquenza negli anni ha davvero fatto strage di tutti coloro che, civili o meno, potevano diventare un ostacolo all’attività che i differenti clan perseguono. Si tratta di delinquenti che credono di essere uomini d’onore, ma in realtà le loro malefatte non fanno altro che renderli uomini sempre peggiori giorno dopo giorno, fino alla morte o alla cattura. Basti pensare che tali uomini vengono per sempre ricordati come criminali o assassini, mentre le loro vittime resteranno per sempre nel cuore di chi le conosceva o di chi viene a conoscenza della loro storia come persone uniche, in grado di dire di no alla criminalità, dei veri e propri eroi e modelli da imitare. Purtroppo neanche tale differenza fa comprendere ai gruppi mafiosi quanto sia errato e causa di sofferenza tutto ciò che fanno. Tutte le vittime vengono ricordate ogni anno, il 21 marzo, nella Giornata della Memoria e dell'Impegno dall’associazione “Libera”, nata appositamente per combattere contro le mafie; in questo giorno, difatti, viene letto il lungo elenco dei nomi delle vittime di mafia e di fenomeni mafiosi in generale. Accanto ai due parroci, è possibile ricordare tantissime altre persone, tra uomini comuni, bambini, politici, uomini delle scorte, poliziotti, magistrati, imprenditori, giornalisti, membri delle istituzioni, ma non è possibile, in solo articolo, dare spazio a tutti. Possiamo, però, ricordarne alcuni che hanno avuto storie particolarmente complesse e che sono realmente modelli da imitare quotidianamente, come Emanuele Notarbartolo (che ha perso la vita nel 1893), Joe Petrosino (1909), Mauro de’ Mauro (1970), Pietro Scaglione (1971), Giuseppe Impastato (1978), Giorgio Ambrosoli (1979), Cesare Terranova (1979), Mario Francese (1979), Boris Giuliano (1979), Marcello Torre (1980), Giuseppe Valarioti (1980), Piersanti Mattarella (1980), Simonetta Lamberti (1982), Pio La Torre (1982), Carlo Alberto Dalla Chiesa (1982), Rocco Chinnici (1983), Mario D’Aleo (1983), Bruno Caccia (1983), Giuseppe Fava (1984), Renata Fonte (1984), Beppe Montana (1985), Antonino Cassarà (1985), Giancarlo Siani (1985), Mauro Rostagno (1988), Libero Grassi (1991), Rosario Livatino (1991), Giovanni Falcone (1992), Paolo Borsellino (1992), Claudio Domino (1993), Francesco Fortugno (2005); tanti nomi, eppure ve ne sono tantissimi altri, altre centinaia di vittime, tantissime altre ancora mai conosciute, tantissimi uomini di scorte che hanno perso la vita per compiere il proprio lavoro, tantissimi bambini vittime casuali, soltanto perché era il genitore il reale destinatario dei colpi sparati… Insomma, non si può far altro che riflettere e capire da dove sorge tanta criminalità e, da questo, comprendere come combatterla. Dal contrabbando di alcolici e sigarette, il controllo di questi individui cresce, fino al controllo di spaccio di droga e dello spazio rurale, per poi attuare estorsioni, usure e rapine, così come crescono, col passare del tempo, spietatezza ed infiltrazioni nel mondo politico e sociale, data anche l’attuale internazionalità dei gruppi che agiscono in questo modo. Tante leggi sono state varate per risolvere questo gravissimo problema che intacca il nostro paese e tanti sono stati coloro che, dopo l’arresto, hanno permesso, tramite le loro confessioni, di capirne di più e di catturare chi davvero ha a che fare con questo mondo criminale. Certamente questi sono grandi passi, ma ciò non basta: se non è il settore politico e governativo a liberarsi per primo da questa catena mafiosa, saremo sempre in tutto e per tutto governati, in fondo, sempre da questi criminali; in più manca in assoluto la collaborazione di tutti noi persone comuni: se tutti fossimo realmente preparati sull’argomento e se davvero tutti coloro che subiscono estorsioni o che conoscono, da vittime, i criminali, denunciassero o parlassero di tutto ciò che sanno, ora moltissimi gruppi o famiglie criminali sarebbero ormai alla fine della propria attività illecita. Eppure non lo facciamo: accettiamo in silenzio ciò che ci viene ordinato e nascondiamo ciò che sappiamo. Occorre un grande risveglio socio-culturale che permetta finalmente di vivere liberamente, serenamente e senza dubbi o paure sulle nostre attività quotidiane e sul nostro governo. Insomma, dovremmo prendere tutti esempio da coloro che, tra tante voci mute, hanno preferito parlare, esprimersi, raccontare la verità senza paura, pensare con la propria testa, e non con quella dei criminali. Un comportamento del genere non può che farci crescere, maturare e trovare il modo più giusto, tutti insieme, per dire di no alle minacce e alle false speranze che tali criminali portano con sé. 

Di Domenico Cappuccio

domenica 1 luglio 2018

Quando i bambini non sono più bambini




« Nessun bambino dovrebbe impugnare mai uno strumento di lavoro, unici strumenti di lavoro di un bambino che dovrebbe tenere in mano sono penne e matite. » 
(Cit. Iqbal Masih) 

Giocare, sorridere, correre, fantasticare e studiare: questi sono solo alcuni dei diritti che ogni bambino del mondo dovrebbe avere. Purtroppo, alcuni di essi vedono tali diritti dimenticati e calpestati, tanto da diventare lavoratori veri e propri ancor prima di aver potuto compiere 18 anni. Molto spesso accade che non possano neppure vivere in salute, a causa della mancanza di vaccini, acqua potabile e cibo. Stiamo parlando del fenomeno del lavoro minorile, diffuso soprattutto nei continenti più poveri del mondo, come Africa ed America Latina. 
Esistono, purtroppo, infatti, imprenditori senza scrupoli che, a partire dal periodo della Rivoluzione Industriale, hanno cominciato a schiavizzare i minori, costringendoli al lavoro forzato, senza neppure le dovute misure di igiene e sicurezza; il tutto per produrre a basso costo articoli che noi stessi usiamo tutti i giorni, come scarpe, palloni o capi d’abbigliamento. Non solo: anche i loro corpi diventano veri e propri “prodotti”, nel caso in cui ci si trovi di fronte alla vendita dei loro organi o al loro sfruttamento come soldati, prostitute o spacciatori, fenomeni tutt’oggi altamente diffusi. 
Un esempio per tutti può essere il giovanissimo attivista e sindacalista pakistano Iqbal Masih (1982-1995), lavoratore in una fabbrica di tappeti; egli dal 1993 comincia a partecipare a conferenze internazionali per sensibilizzare l'opinione pubblica sui diritti negati ai bambini pakistani, ricevendo nel 1994 il premio “Reebok Human Rights Award”. Ottenne, grazie alle sue azioni, la chiusura di molte fabbriche di tappeti pakistane, ma forse, proprio per questo, trovò la morte a soli 13 anni: si sospetta, infatti, che dietro la sua morte vi sia la cosiddetta “mafia dei tappeti”. 
Tale forma di schiavitù è inaccettabile, non solo a livello sociale, dato che siamo tutti coscienti di quanto sia disumana, ma anche a livello legale: difatti, essa è vietata dalla “Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo”, il cui art. 4 afferma esplicitamente l’illegalità della schiavitù; ad essa si aggiunge anche la convenzione dell’ONU sui diritti dell’infanzia, il trentaduesimo articolo prevede chiaramente che ogni bambino non debba né essere sfruttato economicamente, né lavorare, senza ottenere la giusta educazione scolastica. Tale sfruttamento, però, è applicato regolarmente in paesi come Cina, Sudafrica ed Argentina, ai quali, non dimentichiamolo, si aggiungono anche alcuni paesi occidentali. Secondo l’Organizzazione Mondiale del Lavoro, infatti, ci sono circa 250 milioni di minori di 14 anni soggetti a sfruttamento. 
Il nostro contributo per fermare tale fenomeno sta nelle nostre scelte a livello di acquisti, cercando sempre prodotti che specifichino che non sono stati sfruttati minori per produrli, e non dimenticando mai che bisogna dare importanza a problemi come questo, poiché lo sfruttamento minorile è una violazione dei diritti del bambino, il quale, invece di lavorare, dovrebbe essere istruito e vivere una “vera infanzia”. 

Di Domenico Cappuccio